SKIA
SKIA. La scrittura del fantasma

Un incontro tra estetica e psicoanalisi

a cura di Mario Ajazzi Mancini, Matteo Bonazzi, Silvia Vizzardelli.

Progetto di una Summer School da tenersi a Settembre 2019, presso Kantoratelier, Firenze
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“Contrariamente a ciò che si crede di sapere, il miglior punto di vista è un punto fonte e un punto liquido, esso ritorna alle lacrime. L’accecamento che apre l’occhio non è quello che oscura la vista. L’accecamento rivelatore, l’accecamento apocalittico, quello che rivela la verità degli occhi, sarebbe dunque lo sguardo velato di lacrime. Esso né vede, né non vede, è indifferente alla vista offuscata. Implora: innanzitutto per sapere da dove discendano le lacrime e da chi esse salgano agli occhi. Da dove e da chi questo lutto o queste lacrime di gioia? E quest’acqua dell’occhio?” Derrida, Memorie di cieco, p. 154



Joseph-Benoît Suvée, Butade o l'Origine del disegno

Ogni immagine è photo-grafia (scrittura di luce) e skia-grafia (scrittura dell’ombra). Nel 1990 il Museo del Louvre affidava a Jacques Derrida il compito di allestire una mostra, immaginando un percorso tra le opere del museo, in cui fosse evidente il suo parti pris: la sua scelta, la sua presa di posizione, il suo punto di vista. Non dunque un viaggio documentario tra le opere del Louvre, ma la risposta a una convocazione. Derrida risponde in prima persona. Memorie di cieco è la sua risposta.

Lo sguardo è una sorta di diplopia, un vedere doppio. Ci porta a contatto dell’oggetto rappresentato, ma lo fa a partire da un punto cieco, da una zona d’ombra: quel luogo invisibile da cui sgorgano le lacrime. E’ per così dire un vuoto adagiato sul fondo dell’occhio, ma un vuoto-fonte, un vuoto generativo, un vuoto plastico. Intorno a quel vuoto si disegnano fantasmi, spettri, forme ectoplasmatiche che accompagnano, come ombre gli sguardi di luce. Dunque, al fondo di ogni sguardo c’è una cecità. Ed è una cecità-fonte.

Questa fu la risposta di Derrida alla domanda di Françoise Viatte e Régis Michel, ideatori del ciclo Parti pris, domanda che rivolsero anche a Jean Starobinski, Peter Greenaway, Hubert Damisch, Julia Kristeva.

A questa domanda vorremmo provare a rispondere anche noi oggi, sentendoci convocati in prima persona a disegnare percorsi nel mondo delle immagini, siano esse visive, sonore, tattili, facendoci aiutare dalla storia del pensiero e dalla storia dell’arte, ma con l’occhio pieno di lacrime, aperto cioè sull’ombra che ciascuno di noi porta con sé.

Abbiamo pensato di organizzare, dunque, una Summer School dal titolo “Skia. La scrittura del fantasma”, con lo scopo di costituire una piccola comunità di studiosi, ricercatori, artisti, studenti, riuniti per cinque giorni in un luogo-cripta, appartato e pieno di risonanze, per riflettere insieme su cosa significhi scrivere un fantasma.

Istituzioni coinvolte:

Kantoratelier, SIE (Società italiana di Estetica), OT (Orbis tertius), Aisthesis, Mimesis, Unical, Centro Tiresia (Università di Verona)

5 giornate così organizzate


# Mattina 9-13: lezioni condotte da due-tre relatori per mattinata.
# Pranzo
# Pomeriggio 15-18: laboratori, interviste ad artisti.
# Cena
# Sera ore 21: concerto, performance.

Si chiederà a tutti i relatori di rimanere con noi possibilmente per l’intera durata della Summer School. Lo scopo è quello di creare una piccola comunità di lavoro.